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68/REVOLUTION, MEMORIE, NOSTALGIE, OBLII

Fu vera rivoluzione o fu, piuttosto, una catastrofe generazionale? A cinquant’anni dal ’68, anno “formidabile” e cruciale per alcuni dei suoi protagonisti, horribilis per altri – almeno per coloro che dalle barricate sono approdati a posizioni antitetiche rispetto agli ideali e alle utopie di allora –, la Pinacoteca comunale “Carlo Contini” di Oristano si inserisce, con un approccio originale, nel dibattito che, giocoforza, sta caratterizzando e accendendo gli animi per le celebrazioni del suoi cinquantenario.
La mostra d’arte 68/REVOLUTION, MEMORIE, NOSTALGIE, OBLII propone l’oramai vexata questio all’attenzione di artisti tutti piuttosto giovani e tutti particolarmente attivi nel panorama sardo, nazionale e internazionale che, per ovvie ragioni anagrafiche, tale periodo non hanno vissuto.
Quali e quante tracce di memoria sono rimaste di quel periodo che voleva rivoluzionare il mondo portando al potere l’immaginazione? Quali e quanti sedimenti si sono depositati nella coscienza delle nuove generazioni? Si tratta, pertanto, di un approccio diverso e inedito tra le tante mostre e iniziative dedicate al ’68, attraverso le più spericolate ricerche estetiche contemporanee, che si nutrono di ibridazioni crossmediali finalizzate a liberare i diversi ambiti artistici dai loro consueti recinti e dalle loro funzioni canoniche, un confronto non lineare e per nulla univoco su un controverso momento storico, culturale e sociale, tra memorie, nostalgie e oblii.
Ma se l’eredità del ’68 è misurabile e palpabile in una dimensione che afferisce alla “biopolitica” – «nei figli nati dal diritto all’aborto, finalmente voluti e non subiti da madri sole, genitori gay, famiglie ricomposte, multietniche, rifugiate, nell’infanzia che, crescendo, rovinerà la rovina presente e darà torto al nostro pessimismo» (Claire Fontaine) –, più controverso è misurarne la portata in ambito artistico.
Ce n’est pas qu’un debut fu, oltre al già citato “l’immaginazione al potere” coniato da Herbert Marcuse, uno degli slogan più fortunati e, per certi versi, più abusati, di quegli anni e, tuttavia, non può non far riflettere l’osservazione che «di fatto, il ’68 non ha prodotto nessun movimento artistico, ma è stato l’inizio della destabilizzazione e destrutturazione dell’arte. È stato l’inizio della mescolanza tra arte istituzionale e outsider art. E quindi l’inizio della fine non solo dell’università, delle professioni e di molte altre cose … ma anche dell’arte» (Mario Perniola), almeno di una certa idea dell’arte: ai giovani artisti di oggi, dunque, il compito non facile di confutare tale ultimativa e pessimistica osservazione, ricordando, magari, le esperienze estetiche, ora rivoluzionarie ora fallimentari, dei loro padri.


Ivo Serafino Fenu

L'ITALIA A TESTA IN GIU'

L’arte e la cultura vivono dentro gli accadimenti, li nutrono e se ne nutrono: contribuiscono a perpetuare le dinamiche politiche e sociali, a volte messaggere di un’ideologia che riflette il potere della classe dominante, a volte in aperto contrasto con essa. Gli artisti engagés degli anni Sessanta racchiusero entrambe queste peculiarità.
C’è un’opera del 1968 di Luciano Fabro, L’Italia rovesciata, che evoca l’Italia di quel fragile periodo storico, luminoso di cultura ma pervaso da pulsioni rivoluzionarie in cui emerse, con urgenza improcrastinabile e in linea con l’evolversi degli eventi storici mondiali, la necessità di un cambiamento radicale del vivere quotidiano. Un vento sovversivo capace di minare il sistema istituzionale in ogni sua parte che trasformò il Paese, tra sogni e false ideologie, in un campo di battaglia: insomma, un’Italia rovesciata.
Nell’ambiente intellettuale si innescò un acceso dibattito sul ruolo dell’Arte e dell’artista all’interno della società e sulla necessità di un rinnovamento. Il diktat imponeva l'azzeramento di tutto, ma annullare il passato specialmente nel Belpaese, era impresa affatto facile. Ci sono momenti, però, in cui lo spirito critico si fa Rivoluzione per vedere la luce, e quel momento sembrava arrivato.
Il concetto di Rivoluzione, tuttavia, nasconde delle insidie, carico di incoerenze e storture, lungi dal cambiare sistemi sociali e politici agevola talvolta la strumentalizzazione delle masse attraverso le quali, spesso a sua insaputa, si avvicendano i poteri istituzionali.
In questo contesto si inseriscono, alludendo alla manipolazione del pensiero, Simone Cireddu e Tonino Mattu (Anatomy) per i quali gli avvenimenti storici confermano il processo di mistificazione e dominio sulle masse. La loro Rivoluzione combatte una supremazia più subdola di quello fisica e materiale: quella psicologica. Terrapintada (Chairamica/Labor) guarda agli autoritarismi del passato come azioni sempre vive che imbrigliano ancora una volta il futuro in ipocrite filosofie. Per Michele Marroccu (Pow R. Toc H.) i sogni si difendono combattendo ognuno la propria battaglia ed è roba da supereroi.
Puntano il dito sulla condizione femminile Emanuela Cau (The witch) che al grido di “tremate tremate le streghe son tornate” ricerca un'identità della donna libera dalla gabbia del focolare. Rebecca Goyette (Crustacean Temptation) firma un antifrastico video in cui riproduce i cliché dei film hard, critica alla società e alla donna che si piega a un sistema patriarcale. Federica Poletti (Acida ed Eccessiva) riprende lo stile Pop americano e usa l’immagine stereotipata della donna attraente disposta ad accettare passivamente gli slogan imposti dalla moda. Roberto Follesa (Madri) ne esalta, invece, il potere di generare il nuovo. Per Nicko Straniero (A year of love) ogni relazione rischia di essere bugiarda se frutto di modelli dettati dall’alto o dall'immaginario televisivo. Critica le barbarie dell’epoca moderna Pierluigi Colombini (Mad in Italy) sia che si tratti di abusi di potere della classe dominante o di vessazioni private.
Un altro mondo sembrava possibile e in molti pensarono sinceramente di poterlo costruire.
Per Narcisa Monni (Pantere) ne furono sicuri gli arrabbiati cuccioli del maggio francese e i “figli delle famiglie borghesi” contrapposti dalle barricate a quegli stessi “figli del popolo”, così come definì Pier Paolo Pasolini gli studenti e gli agenti di polizia di quel ‘68 italiano. Per Alessio Barchitta (Errante Eterotopico) ci credettero i ragazzi della controcultura fuggiti dalle città per vivere nelle Comunità alternative uno stile di vita in armonia con la natura e lontano dal consumismo. Ne furono persuasi i profeti dell’amore libero per Alessandra Baldoni (Da un atlante del mondo difficile) e Federica Gonnelli (Insonne Dormire) che per orientarsi in quella mappa di mediocrità e dolore ritennero essenziale restare attaccati -aggrappati- alla verità e all'interezza della poesia. Lo sognarono i ragazzi di Roberta Filippelli (AHO16062018 tutto esaurito) febbricitanti di rock e di beat che partirono a milioni per vivere nei luoghi dei grandi raduni sotto la bandiera della musica e dello sballo. Quello stesso mondo e luogo d’incanto da cui, a volte, occorre fare 3 passi indietro per Carlo Alberto Rastelli (3 steps back) o dove, tra psichedelia e droga, quegli stessi ragazzi talvolta si persero: Melania De Leyva (Swimming Pool). E di quel mondo immaginato aperto e sempre connesso, cercano di comprenderne gli esiti nell’epoca odierna Valeria Secchi (I would like to come but i can’t) che ne ammette il successo ma che pone il dubbio su come gestire questa libertà, e i Gut Reaction (#top_ skreen) che provano a risvegliare le coscienze rivolgendo il quesito direttamente al pubblico, con uno dei linguaggi principe del post '68: la performance.

Chiara Schirru (Askosarte)

INNAMORAMENTO DELLE IDEE E FORZA DEL SOGNO
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