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SCUSATE L'INTERRUZIONE

Eventi > 2009

Ore 18:34, stazione ferroviaria di Solarussa, la voce registrata, dall’altoparlante annuncia l’arrivo del treno proveniente da Cagliari e diretto a Macomer. Nel piazzale vicino ai binari, un nutrito gruppo di persone aspetta, tra loro anche gli assessori e il sindaco del paese: chi arriva è di sicuro, personalità da ricevere con tutti gli onori.
Finalmente, il fischio della locomotiva, e dopo pochi istanti, la fermata del treno. Gli astanti guardano tutti nella stessa direzione: la carrozza dalla quale scende Chiara Demelio (senza titolo) che grossa valigia, abito e cappello anni 40, con aria trasognata e con la grazia che si addice ad una dama d’altri tempi, scende dal treno, e individuato un angolo del piazzale, si siede e offre ai presenti una bevanda virtuale, in tazze e teiera trasportate all’interno della valigia.  
Comincia così Scusate l’interruzione, evento d’arte contemporanea, offerto nei locali della stazione ferroviaria di Solarussa dal 21 novembre al 5 dicembre, ideato e curato da Askosarte con la direzione artistica di Ivo Serafino Fenu e il sostegno del Comune di Solarussa. Per l’occasione, gusti e di-sgusti, ricordi e falsi ricordi,  più o meno legati all’infanzia di tutti, sono portati in mostra da 20 artisti, nazionali e internazionali, tutti con una  ricerca contemporanea profonda e assidua attraverso il linguaggio video e fotografico.
L’infanzia anni 60, dei bambini ammaliati dai primi spot pubblicitari, è la proposta dell’Agenzia viaggi clandestini VU VULA’ di Leonardo Boscani (Teletrasportati – agenzia viaggi clandestini VU VULA’_azione dieci) che con il suo entourage intervista sui ricordi legati al vecchio carosello, artisti, giornalisti, solarusssesi e semplici curiosi. Il montaggio del video  è andato in mostra già dal giorno dopo l’inaugurazione.
La mostra allestita al piano superiore, negli ex alloggi dei ferrovieri, all’interno di 8 stanze è scansita in modo da dare emozioni separate e per creare le condizioni per passare  da un ricordo, a un sogno ricorrente, un trauma,  un desiderio represso.
Si accede alle stanze dall’ingresso rivolto verso i binari, dove trova posto il candido manufatto firmato Progetto Askos (Michele Mereu Chiara Schirru (Smettila di piangere”) che c’introduce immediatamente dentro la mostra e che porta in scena i bambini poveri e selvaggi dei paesi del campidano anni 60, e il desiderio. La biciclettina con le ali è abbandonata nel sottoscala, illuminata solo dalle piccole luci che s’impongono dal pavimento e che la mostrano come un’apparizione. Arrivati alla seconda rampa di scale c’è leggerezza nella due ruote volata nel prato nella gigantografia che la immortala nella collina di San Gregorio a Solarussa. Nell’anditino che divide le stanze che danno sul lungo corridoio, 4 a destra e 4 a sinistra, quasi mimetizzata nel muro, la foto di una lapide dove è inciso il nome di Tonino Mattu (Immagine), artista di Oristano che propone il turbamento di un bambino che legge il suo nome e cognome nella lastra del cimitero di Fonni, suo paese natio. L’artista confessa di aver chiesto aiuto al padre per impastare il cemento, e scherza sul fare arte contemporanea per cui non è più sufficiente saper dipingere, scolpire o fotografare. In questo caso se non sai fare l’impasto, non puoi realizzare quello che vuoi.
Chissà che la predilezione di Elisabetta Falqui, (le scarpe di vernice) per le scarpe stravaganti non trovi radici nel ricordo ­della costrizione e insieme del disagio di una bambina - di città, e benestante questa volta –  nel dover indossare delle preziose scarpette parigine, estranee ai piccoli indigeni cagliaritani, in un’aula delle elementari del capoluogo sardo. L’artista, questa volta maliziosamente e per scelt,a calza le altissime calzature raffigurate nella foto appesa alla parete, i(nte)rrompendo fisicamente durante la serata dell’inaugurazione e veicolando come donna, ben altri sguardi e commenti.
Nella stessa stanza il video di Pietro Sedda “Blueblood” o come direbbero in Spagna sangre azur. Anche qui decine di persone, di cui si vedono solo le scarpe, vanno avanti e indietro; un popolo anonimo, di cui, piuttosto che le presunte prominenti vene blu degli spagnoli nativi, a ricondurre al popolo dei benvestiti aristocratici, sembrano piuttosto, le lucide, e apparentemente costose, calzature. Dal rintocco ossessivo delle campane della colonna sonora, la massa amorfa sembrerebbe diretta verso qualche tempio di natura ignota. Unico volto, dolce, e di una quiete disarmante, è quello della madre, che si prepara, con gli occhi chiusi, al rito del tè.
Nella stanza di fronte, a parete, l’installazione di Lidia Bachis (Epistolario) che partecipa con un bel lavoro pittorico e fotografico insieme,  arrivata da Roma per il vernissage isolano, prestandosi a quello che in fondo è uno degli scopi di queste collettive in periferia: opportunità di intrecciare l'isola con il continente (e oltre) confronto artistico, ma anche relazione, e quindi scambio umano, sociale, a volte anche politico.
Sette carte su cui sono trascritte a penna, frasi della corrispondenza tra il poeta Rainer Marie Rilke e Lou Andreas Salomè, legati da una storia d’amore durata più di vent’anni e che li ha visti incontrarsi solo due volte. L’amore esiste, a detta dell’artista, ma non come crediamo noi dall’interno verso l’esterno, ma dall’esterno verso l’interno. Ci sono luoghi, momenti, situazioni che lo portano con sé, noi non dobbiamo fare altro che lasciarci andare, riprendere da dove si era interrotto...
Insieme con l’opera della Bachis, il video “Zoomanity” di Karin Andersen  che ci parla ancora del legame tra uomo e animale, l’umanità dell’animale e l’animalità dell’uomo. Due donne, una giovane e una vecchia, nonna e nipote, oppure la stessa donna in epoche diverse, si aggirano quasi saltellando all’interno di un bosco con la stessa agilità di uno scoiattolo, forse in cerca di casa. Vestite in modo identico, buffo: cuffietta e pantaloni a righe, l’istinto è femmina e sa che la vita è altro di quella cesura costruita tra il regno animale e il regno umano. Confini concettuali, puntualmente messi in crisi dalle opere dell’artista. La ragazza, come è arrivata, se ne va in groppa all’elegantissimo cavallo, nella capanna di sorveglianza delle guardie forestali, ultimo flash, un ibrido, bambino/alieno umano/animale strizza l’occhio con aria misteriosa.Video volutamente muto... Chiara Scarfò “quando siamo arrivati?” girato in una discesa (binario)... proiettato su una gran parete da un videoproiettore appoggiato per terra. Due frame che raffigurano la ragazza seduta su una sedia nera, sulla parete del corridoio fuori della stanza, preparano alla presentazione della sconosciuta che chiede aiuto o forse racconta delle verità che nessuno vuole ascoltare.La sedia nera è dentro e fuori del video. Chi vuole può accomodarsi e cercare di capire, emozionarsi o andarsene lasciandosi dietro quest’urlo strozzato.
Con il video di Michele Mereu (The end) viviamo un tempo sospeso in cui però accadono cose terribili e meravigliose. il primo piano di una vespa che sale sul vetro è la prima immagine che vediamo e che dura qualche istante, il tempo è, però sufficiente per affezionarci all’insetto, e per provare sofferenza quando, alla fine, la si vede boccheggiare: quasi si trattasse di una morte importante. Durante l’agonia riprese del lungo andito dove con lentezza esasperante si consuma il pomeriggio, un uomo e il suo cane, indolenti, aspettano di poter uscire.
Accattivante il lavoro di Zoran Dragelj (Vexed) croato di Vancouver e uno dei più accreditati filmaker indipendenti venuti fuori della prolifica scena canadese; protetto dalla retorica grazie all’approccio scientifico, Dragelj filma uno stormo di uccelli che prende il volo da una casa di hitchcockiana memoria. Le immagini successive, accompagnate da una colonna sonora ipnotica, riprendono il doloroso primo piano di un gabbiano che con una ferocia strana, insistentemente becca il cadavere di un piccione: ogni beccata è una stilettata e guardare costringe alla riflessione su qualsiasi forma di vessazione,  angheria fisica e morale, intolleranza e pregiudizio.
Spostate la tendina, entrate e ruotate il seggiolino in modo da posizionarvi correttamente per lo scatto: 3 euro per una fototessera composta di quattro piccole fotografie, 2 euro per un ritratto singolo. Una voce registrata v’intima di mettervi in posa e di restare fermi, il flash vi abbaglia cogliendovi di sorpresa, le foto saranno infine "sputate" dal distributore. Se non sono di vostro gradimento, rivolgetevi ad un fotografo professionista. L’interruzione che propone Giusy Calia (Sylva) sono gli scatti di Sylva, vestita da pagliaccio, da pirata, con il caschetto antinfortuni, proposti nella classica sequenza sfornata dalle macchinette della stazione.
Installazione sofferta, ricostruzione di un non ricordo ritrovato in maniera non spontanea, ma riportato alla luce con il metodo artificiale dell’analisi è  “Genova 1960-1965” di Mauro Podda, che rimette sul piatto della vita; 5 anni di limbo genovese. Un’installazione labirintica riconduce di fronte a una finestra dove fermarsi a riflettere, e dove, quasi infreddoliti per la reazione alla colonna sonora che riproduce dei tuoni minacciosi, vediamo, o ci pare di vedere, la sagoma d un bambino che attraversa lo spazio di fronte.
"per motivi tecnici le trasmissioni sono sospese" interruzione non traumatica, non engrams, quella di Claudio Rocchi che propone le suggestioni e le influenze del media televisivo, nel decennio tra metà cinquanta e metà sessanta, le valenze erotiche e passionali, la musica e l’arte che agiscono sul giovane Rocchi. Ed ecco le immagini delle giovani artiste francesi Francoise Hardy e Jane Birkin, e dei Beatles a suggerire ipotesi sognanti, visioni audaci e linguaggi innovativi. Le immagini dei genitori e delle nonne a sorpresa nel bianco-nero-seppia delle foto d'epoca, intrecciano l’irreale annunciatrice televisiva, vera testimone di un passato segnato nelle radici esperienziali di molti di noi.
Con “Fallo immaginario” di Andrej Mussa 3 minuti interminabili in cui si susseguono un urlo, il pianto terrorizzato di un bambino che chiama il padre, una  scalinata su cui giacciono, riversi e scomposti, il bambino e i corpi dei genitori: sulla neve le orme dell’assassino.
Il clima cambia, una ragazza (l’artista Tamara Ferioli) si alza dal tavolo, si guarda allo specchio. Una madre fa lo stesso, è raggiunta dal figlio che, innamorato la bacia sulla guancia. Due attività parallele, realtà e sogno sembrano intrecciarsi e interrompersi con bruschi e paurosi risvegli. Impossibile distinguere ciò che è esistente da ciò che è sognato. Elemento proposto a più riprese, lo specchio quotidiano che riflette la natura paradossale dell'identità, che ci sfugge continuamente e che si nutre dei (non)ricordi provenienti dal passato e dagli scenari fantasmagorici dell’immaginario e del subconscio.
Diretto il video proposto da Nilla Idili (Il test), che abbandona le soluzioni trasversali e soft, per raccontare un’esperienza tutta al femminile: il momento in cui una donna si sottopone a un test di gravidanza. E se, come chiesto agli artisti, questi sono stati più o meno autobiografici, viene da chiedersi, curiosando nell’intimità di chi così coraggiosamente si mette in mostra, se siano questi fatti realmente accaduti all’artista.
Una stazione ferroviaria, una ragazza, vista di spalle, cammina lungo una banchina parallela ai binari. Non c’è dato di sapere nulla; dove siamo, chi è la ragazza, dove va? C’è un problema che è solo suo, a nessun altro può importare. Una musica diegetica sottolinea i movimenti della ragazza, dal rumore della valigia trascinata al flusso dell’urina sulla striscia reattiva..

Se con Mussa il riferimento era il subconscio e la psicoanalisi con Alberto Spada “Senza Titolo”entriamo nel mondo dell’affettività e dei parametri certi della famiglia e dei sentimenti, Nell’installazione, da una vecchia macchina per cucire si diramano fili sottili di lana che raggiungono volti di persone care, l’artista bambino con i genitori ed altre situazioni, da cui sembra scontata la lettura del porto sicuro, anche se lo strumento macchina per cucire e soprattutto chi cuce rimangono due elementi fondamentali e imprescindibili riguardo alla volontà/desiderio di eliminare, sostituire o mantenere persone e situazioni. Installazione dinamica, in cui tutto è ancora da costruire, lusso giovanile dove opportunità e pulsioni possono far decidere cosa tenere e cosa buttare nella composizione del puzzle della vita.
Anche Francesca Randi fotografa una macchina per cucire e la innesta nel suo "L’albero Genealogico" conferendole un ruolo importante nella casa dell’infanzia. L’installazione di 15 fotografie forma sulla parete un albero che dal basso si dirama verso il soffitto, la base coincide con la Foto Casa, i vari "rami" invece, sono le Foto Ricordo, collegate tra loro con del nastro adesivo nero.
Tutto accade dentro la casa d'infanzia: è l'inizio e la fine di tante cose, ricordi, elucubrazioni, vita, morte, rinascita, così come la stessa artista indica.
Ci si ferma a lungo con lo sguardo di fronte all’opera di Franco Casu (Senza titolo), interrogandosi come al solito sulla postura e sui reali contorni dell’oggetto fotografato: emoziona riguardare l’opera con spirito diverso: a quanto pare l’arte contemporanea non nasce, e conviene prenderne atto, da mani sacerdotali o con intenti didattici, ma stupendamente da menti "attuali" e laiche, come uno schizzo su un quaderno di appunti. Con la leggerezza che lo contraddistingue, Casu usa il ricamo, solitamente impiegato per disegni floreali o delicati, per rappresentare un atto carnale tra un adulto e un bambino; luogo non solito sul quale ricamare, un paio di slip da bambino.
L’esplorazione della realtà e delle infinite letture che di essa possono essere fatte, sembra continuare ad affascinare Caterina Notte. Protagonisti del video Domus de janas girato in Sardegna, due bambini che, prima uno, poi l’altra, si trascinano carponi e apparentemente senza l’uso della vista, su una spiaggia smossa dal vento, per raggiungere le domus de janas da cui, una volta giunti e recuperata posizione eretta e vista, osservare la realtà intorno, filtrata dal blu scuro conferito dalla mascherina. Fine meditazione sui rapporti tra reale e virtuale in cui le janas, fantastiche creature abitanti le grotticelle funerarie, timide ma amanti dei bambini, rivestono un ruolo di attrazione e stimolo verso altre realtà.

chiiara schirru




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